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Non c’è libertà senza giustizia
 
 
 
 
           
       

Il blog di Lucilla



"L'utopia è là, all'orizzonte. Mi avvicino di due passi, lei si allontana di due passi. Faccio dieci passi e l'orizzonte si sposta di dieci passi. Per quanto cammini, mai la raggiungerò. A cosa serve l'utopia? Serve a questo: a camminare"
(Eduardo Galeano)



"Una donna libera è l'assoluto contrario di una donna leggera" 
(Simone de Beauvoir)


     
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12 ottobre 2007

Sento il Pulitzer più vicino

Oggi è una buona giornata per l'autostima di ciascun*
Abbiamo imparato che tutt* possiamo vincere il Nobel per la Pace.
Fa stare bene...




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17 settembre 2007

Il pane e le Rosy

Ho deciso che il 14 ottobre andrò a votare per Rosy Bindi. Ieri sera l’ho ascoltata a Milano e ho avuto la conferma che merita la mia fiducia e che sarebbe proprio una brava prima ministra. Io sul Partito Democratico ho 3000 (enormi) dubbi, ma ora ho anche la certezza (lontana) che, se mai vincesse Rosy, quel progetto acquisirebbe un valore nuovo e bello.

Perché è una donna.

Perché è una donna capace e forte.

Perché è cattolica ma non utilizza la sua religione per fare delle distinzioni e per alimentare il dolore altrui.

Perché, alla fine, è la candidata più a sinistra, è attenta agli ultimi ed è convinta che la libertà non possa fare a meno dell’uguaglianza e della fratellanza (e sorellanza).

Perché è moderata ma promette radicalità nelle questione sociali e, di certo, agirebbe con attenzione e coraggio.

Perché ha detto che l’alleanza con la Lega e Forza Italia non esiste proprio, che la Mafia le fa schifo e che con la sinistra sinistra si ricerca la collaborazione al governo e si pratica il dialogo (invece della provocazione portata avanti da Rutelli e compagnia).

Perché è ostinata, crede nel Partito Democratico e ci sta lavorando con impegno, entusiasmo e determinazione.

Perché conosce l’importanza faticosa dello stare sui confini, della pazienza e della tolleranza.

Perché rifugge le banalizzazioni dei grilli parlanti, quelli che ti semplificano la complessità del reale in un volgare e populista “vaffanculo”, forti dell’appoggio beota di un pubblico qualunquista. Scoprire oggi che questi personaggi, con i loro fedeli adepti, la politica la vogliono disfare dal dentro mi fa davvero paura. Così come le loro tre regole per il bollino “di trasparenza”: demagogiche quanto incostituzionali; e la loro ironia che sfiora ormai i livelli Bagaglino.
Rosy invece sa che la politica è complessa come la realtà, che è un percorso lungo e non lineare, un compromesso difficile ma nobile. E questo è fondamentale. Ora più che mai.




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1 maggio 2007

I peggiori crimini del capitalismo

Credo sia giusto dedicare questo primo maggio ai morti sul lavoro che in Italia sono ogni anno circa 1300, con 30.000 invalidi permanenti su quasi 1 milione di infortunati. Sono numeri che parlano di una guerra in corso. Ricordiamoci che l’Italia ripudia la guerra e si dichiara fondata sul lavoro.

 


Io sto in finestra e guardo gli operai che precipitano.
La maggior parte dei muratori lavora al nero, ma appena qualcuno s’ammazza... il padrone lo deve assumere.
Ogni anno muoiono migliaia di persone sul lavoro.
Con l’assunzione di tutti questi morti il governo sta combattendo la disoccupazione.
Ci sta più gente assunta regolarmente sottoterra nei cimiteri che in fabbrica.
Io sto in finestra e guardo gli operai che precipitano.
I morti sul lavoro sono diventati un'attrazione.
Si fanno pure viaggi organizzati in tutto il mondo per andare a vedere operai lanciati dalle impalcature o gettati sotto pale meccaniche. C’è gente che se ne va in giro per il mondo a fare i safari nelle miniere cinesi, nelle piantagioni afgane dove c'è gente che muore.
Certi se ne vanno in crociera a largo delle coste pugliesi e siciliane per vedere gi extracomunitari affogare prima ancora di arrivare nei cantieri dove si faranno ammazzare lavorando sottopagati al nero come manovali.
Ma così è troppo facile.
Dopo un po’ fai l’indigestione.
È come andare a caccia al giardino zoologico.
Io non sono uno sciacallo.
Io c’ho una morale.
Io sono una persona onesta.
E poi con tutta la gente che muore di lavoro in Italia basta avere un po’ di pazienza.
Basta mettersi davanti alla finestra e dopo un po’ un operaio precipita.

(da “L’uomo che guardava cadere gli operai” di Ascanio Celestini)




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25 aprile 2007

Ora e sempre Resistenza

Ieri su Libero Marcello Veneziani ha attaccato i ventenni che festeggiano il 25 aprile. L’intellettuale tanto caro alla destra trova ridicolo che i giovani possano avere a cuore gli ideali della Liberazione dal nazifascismo. A lui pare assurda la “Resistenza di chi non ha resistito” e si augura che ben presto saremo liberati da questa memoria.

A Veneziani credo abbia già risposto Maria Cervi, figlia di uno dei 7 fratelli massacrati, quando disse: “Il ricordo è una cosa personale. La Memoria è un dovere sociale”.

Io ho 24 anni e, come ogni anno, oggi scenderò in piazza.

Viva l’Italia, l’Italia che resiste!

 




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21 aprile 2007

Forza Ségo




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10 aprile 2007

10 aprile 2006

Esattamente un anno fa iniziava una notte di paura e di speranza. Una notte lunghissima e conclusa da un sospiro di sollievo, poco prima che cominciasse ad albeggiare. Sono seguiti mesi di affanno, qualche delusione e molta amarezza. Ma non possiamo dimenticare che è ancora primavera, stagione ideale per resistere.

Buon compleanno, Governo Prodi, ti auguro coraggio e tanta passione.

Lucilla




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8 aprile 2007

Essere vento

Oggi, 8 aprile 2007, è anche la festa dei Rom.

Si celebra in tutto il mondo la Giornata internazionale della nazione Rom, in ricordo dell'8 aprile 1971 quando a Londra si riunì il primo Congresso internazionale del popolo Rom e si  costituì la Romani Union, la prima associazione mondiale dei Rom riconosciuta dall'Onu nel 1979.
Ancora oggi manca in Italia una legge che riconosca questo popolo e lo tuteli come minoranza culturale e linguistica.

Le discriminazioni verso i Rom iniziarono dal loro arrivo in Europa almeno cinque secoli fa e culminarono nel Porrajmos, l’olocausto zingaro troppo spesso dimenticato, in cui persero la vita nei campi di sterminio nazisti almeno 500mila Sinti e Rom. La cosa indecente è che queste discriminazioni non si siano ancora concluse e si assista ogni giorno a fenomeni di intolleranza. Il vergognoso rogo di Opera di qualche mese fa non è che un esempio. I campi nomadi italiani sono fortemente lesivi dei più elementari diritti umani ed è avvilente come nell’immaginario collettivo si perpetui un’accezione fortemente negativa di questo popolo. Gli occidentali continuano a definirli “zingari” e a caricare questa parola di sprezzo. La cultura Rom affonda invece le sue radici in un passato glorioso ed è più che degna di rispetto e stima.

In uno scenario così desolante, mi consola ripensare a "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez.  Nelle pagine di questo splendido romanzo, gli zingari sono coloro che portano il vento delle novità e una sferzata di vitalità nello sperduto villaggio di Macondo. “Tutti gli anni, verso il mese di marzo, una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita”.
Anche il cinema ci ha donato una rappresentazione interessante e degna della vita nomade, in "Train de vie" i Rom sono un popolo in fuga, ma che non si arrende e non rinuncia a scatenarsi in una festa coinvolgente, ballando al ritmo di melodie balcaniche.

In ambito musicale ci hanno pensato i Punkreas con l'intelligente ballata "Zingari":
Cultura millenaria, usanze tradizioni
e non soltanto giostre furti o baracconi,
la grande maggioranza non sa che stiam parlando
di gente che ha deciso di vivere viaggiando,
ma noi adoratori di proprietà e lavoro
vediam la vita da dietro un paraocchi
pur di evitare di comprendere la loro
”.

Mi auguro che presto l’
arte ci aiuti ad abbattere un po’ di paletti e ad andare oltre, scoprendo la bellezza del meticciato, spero che questa giornata dedicata ai Rom apra una riflessione sui crimini del passato e su quelli del presente, per favorire un'integrazione rispettosa della diversità culturale. 

 




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1 aprile 2007

Gf VS Pd

Venerdì sera sono capitata su Matrix, giusto in tempo per ascoltare una perla di Mentana. Lo scomodino da notte (cit. Travaglio) se ne è uscito con questa frase: "Perchè mai i litigi trash nei reality show dovrebbero essere meno interessanti rispetto agli inutili e noiosi dibattiti sul Partito Democratico o sullo scontro fra Casini e Berlusconi?".
Al signor Mentana rispondo con una frase presa da Imperium di Harris, che fa dire a Cicerone: “Noiosa, la politica? La politica è la storia nel suo divenire”.




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25 marzo 2007

Tristezza e desolazione

Giovani ottusi crescono.

Il giornale per cui lavoro mi ha commissionato un'inchiesta sui Di.co. Si trattava di andare fuori da una scuola superiore e sottoporre a 100 ragazzi un questionario in cui si chiedeva loro di esprimere un giudizio. E' finita che solo 45 erano favorevoli all'estensione dei diritti alle coppie di fatto.

Ed è così che tutte le mie speranze di progresso per il futuro si sono infrante contro il cancello di un liceo.




 




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19 marzo 2007

Caro Giovanardi, vai al cinema e stropicciati gli occhi

Leggo sul sito di Repubblica che proprio oggi si sono stabiliti i dettagli del Family Day e che avrà luogo a Roma il 12 maggio. Forse sono fuori tempo massimo, o forse no, e riesco a dare un consiglio agli organizzatori: io punterei sul cinema, proiettando "Saturno contro", il bel film di Ferzan Ozpetek.

Proprio la settima arte saprebbe trasmettere a Giovanardi & Friends un paio di semplici concetti.
Questo film racconta le persone, i loro sentimenti e le relazioni che intrecciano. Gli amori narrati sono gay ed etero, sono forti e fragili, sono tristi e allegri. Però sono veri. Tutti.

C'è anche un padre smarrito che vive il dolore della morte del figlio omosessuale. Egli non ne aveva comprese le scelte, ma ora si accorge che l'uomo che suo figlio amava aveva saputo renderlo felice. E così lascia che sia questo compagno a disporre delle spoglie come i due, insieme, avevano deciso. Il diritto dell'amore si è imposto sul diritto della legge. Però la realtà non è un film. E, troppo spesso, l'affetto non basta. E' la politica che deve dare delle risposte e restituire giustizia a chi subisce crudeli regole morali.

C'è un dialogo nel film che racchiude una verità importante, uno dei protagonisti commenta l'iniziale ostilità del padre nei confronti della sessualità del figlio e dice: "Non gli basta che sia felice? Non si tratta di accettare, ma di condividere".
Sì, di condividere, non è molto difficile, vero Giovanardi?

 

     




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18 marzo 2007

Ley de Igualdad

Il parlamento spagnolo ha approvato la Ley de Igualdad, un provvedimento che darà alle donne la parità nelle liste elettorali e sul lavoro, a cominciare dalle amministrazioni pubbliche passando anche per gli incarichi nei consigli d´amministrazione delle imprese. Insomma, si tratta di una misura che, progressivamente, porterà al riconoscimento delle pari opportunità tra i due sessi anche in tutti i posti sul lavoro.
Il testo sancisce la parità elettorale (non più del 60 per cento e non meno del 40 per cento per ciascun sesso). Che non si tratti di "quote rosa" ma del raggiungimento di una parità effettiva, lo si capisce già dalle percentuali fissate intorno al "fifty-fifty". Si introduce, con percentuali simili, l'obbligo di procedere a una equa assegnazione degli incarichi entro otto anni ai vertici delle imprese.
La cosa più bella è che Josè Luis Rodriguez Zapatero ha affermato: «Questa legge da sola giustifica la legislatura e vale i primi tre anni di governo». Il premier, intervenendo in parlamento prima del voto, ha poi detto che la legge - il cui scopo è «dare giustizia alle donne» - trasformerà «radicalmente» la società spagnola perché uomini e donne saranno ora «perfettamente eguali davanti alla legge».



Zapatero Zapatera
(Maurizio Crozza)

 “Jo sognavo Che Guevara e c’è Bordon,
Ma me consolo no se puede pegiorar
O forse siii...con l’Udc
Zapatero, Zapatera, l’un per cento de tu carisma me serve aqui,
Zapatero, Zapatera, los primaria no me servivas se stavi aquì
E io lo soooo. Tutta la vita con Parisi non starò
Un giorno troverò un leader vero anche per me
Almeno uno ci sarà
nell’ immensità!”




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8 marzo 2007

Mimose

Celebro l'8 marzo attraverso le parole di una donna che stimo e che considero un modello: la professoressa Bianca Beccalli.
Pubblico l'intervista che le feci due mesi fa per il giornale Caffèfreddo:

DONNE IN QUOTA


La politica italiana continua a essere un mondo precluso alle donne, cosa impedisce loro di varcare il confine che conduce alla responsabilità di amministrare la collettività e fare le leggi?
La non presenza è un fatto, resta da stabilire se si tratta di esclusione da parte dei “gate keepers” oppure di una scelta delle donne stesse. Soffiano oggi due venti opposti. Da una parte è stato tematizzato di nuovo il problema della sottorappresentazione femminile. La rappresentanza politica femminile è caduta a picco e si è riaperto un dibattito, anche per via del 60° anniversario del suffragio universale. Al contempo, molte femministe affermano che alle donne la politica non interessa e loro stanno già dove vogliono stare. Sono entrate in modo significativo nella società civile, nei movimenti e nel volontariato.
Io contesto la seconda interpretazione, una lunga tradizione di movimento delle donne ha visto il primo suffragismo come un’ondata di grande militanza femminile per essere nella politica. Si tratta dunque di una posizione smentibile dal punto di vista storico-fattuale e pericolosa, perché tende a giustificare lo status quo. Non è vero che le donne non ci tengono alla politica, ma è successo qualcosa che le ha scoraggiate. Il rivoluzionamento del sistema politico italiano, con la crisi dei partiti di massa, ha messo le donne in difficoltà perché, in un mondo che diviene “gara con il coltello in bocca per accaparrarsi le risorse”, le donne non sono attrezzate, non hanno le risorse economiche e le reti d’appoggio. La politica è maschile quando è gioco di potere e pura competizione: esclude le donne e le demotiva.
Un indicatore dell’interesse potenziale delle donne per la politica è la straordinaria partecipazione ai corsi “Donne, politica e istituzioni”, organizzati nelle università italiane dal Ministero per le Pari Opportunità e di cui si è appena conclusa la seconda edizione nella nostra facoltà.

Ma sono davvero necessarie delle azioni positive per favorire l’accesso delle donne alla politica?
Le élite con la loro cultura politica sono cooptatrici e non favoriscono l’ingresso delle donne perché, in un gioco a somma zero, significherebbe togliere posti a se stessi. Le organizzazioni tendono ad autoriprodursi. E’ dunque necessaria una spinta esterna, è per questo che io sono a favore delle quote. Le considero legittime dal punto di vista giuridico e filosofico. Rappresentano una deroga a un concetto universalistico di diritti, ma mirano a riparare a una situazione di ingiustizia che si è venuta a creare. Le quote hanno tutte le ragioni morali di esistere.
L’esame del cambiamento avvenuto in Inghilterra, dopo l’introduzione di un sistema di quote, evidenzia come è mutato il modo di fare politica di donne e uomini. Inizialmente alle donne venivano riservati solo ministeri legati a welfare e famiglia. Una presenza femminile rilevante nel parlamento e nel governo ha portato un rimescolamento dei ruoli, come ha dimostrato la politologa inglese Joni Lovenduski: le donne hanno iniziato a occuparsi di aspetti propriamente maschili e gli uomini hanno iniziato a prendere sul serio i temi considerati prima femminili. Una presenza consistente erode i confini di competenza tra i generi. C’è una probabile connessione tra le qualità femminili e un modo di fare qualsiasi lavoro, la donna è portata a modificare lo stile. L’eredità culturale e storica delle donne porta una maggiore sensibilità per certi temi e una modalità diversa di affrontare i problemi e di stare sui confini. La politica ha bisogno di avvalersi della differenza di genere e ciò porterebbe innovazione.

Lei insegna Sociologia del lavoro, in ambito economico è stata raggiunta la parità di genere?
Assolutamente no. Rispetto alle credenziali educative che le giovani donne hanno acquisito, superando i loro coetanei maschi, il loro accesso al mercato del lavoro è ancora molto svantaggiato e c’è discriminazione. In collaborazione con l’Università Bicocca e il Politecnico, abbiamo introdotto un osservatorio quantitativo dei dati sui percorsi universitari e sull’inserimento lavorativo. Emerge che le ragazze sono ovunque più brave, escono con i voti migliori e fanno i percorsi più brevi. Emerge anche che le ragazze sono ovunque notevolmente svantaggiate nell’assunzione, nelle carriere e nella retribuzione.
Il problema delle giovani donne di oggi è drammatico perché esprime una contraddizione: sono più brave e, come premio, devono scegliere fra la rinuncia al capitale umano accumulato o al progetto di farsi una vita privata. Tale trappola deve essere denunciata ed emergere nell’agende politica, si deve lottare perché questo divenga un serio e importante argomento di discussione.

Cosa vuole dire alle studentesse di Scienze politiche?
Coraggio ragazze, le cose non vanno molto bene per voi, ma non dovete farvi fregare. E’ il momento di trovare delle nuove strategie per le vostre biografie, mi auguro che non vi facciate prendere dalle trappole che vi sono tese e che riguardano la vostra vita e il vostro lavoro. Oggi voi ragazze volete tutto e avete ragione a volere tutto: studiare, trovare un bel lavoro, senza rinunciare ai bambini e alla propria vita personale. E’ importante però che vi mettiate un po’ insieme, creando un’alleanza e contribuendo a fare delle pressioni politiche e sociali. Insomma, ragazze di tutto il mondo unitevi!

 




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1 marzo 2007

Quando il bue dà del cornuto all'asino

"L'appoggio esterno di Follini a questo Governo nasconde dietrologie che bisogna interpretare. Probabilmente sarà relativo alla conferma, avvenuta poche settimane fa, dell'incarico a Direttore Generale dell'Agenzia del Demanio di sua moglie Elisabetta Spitz".

Il senatore Sergio De Gregorio, eletto nell'Idv di Di Pietro e transitato al centrodestra, ipotizza che l'appoggio di Marco Follini a Prodi nasconda affari di famiglia.

Al che, ci si chiede cosa ci sia dietro il salto della quaglia dello stesso De Gregorio. Un seggio al parlamento padano per la cugina? Un lavoretto come giardiniere di Fini per l'amico di infanzia? O, forse, il signor De Gregorio è più egoista e mirava ad ottenere per sè la parte di Babe in una nuova fiction Mediaset.

 




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26 febbraio 2007

Geografia

Sembra che il mancato sostegno di Giulio Andreotti non fosse legato alle linee di politica estera del governo. Egli avrebbe invece deciso come votare sulla base della tematica dei Di.co. A quanto pare, il senatore a vita ignora che il Vaticano è uno stato estero.

     




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22 febbraio 2007

Avvilita

Volevano "tutto o niente" i due comunisti integerrimi. Hanno avuto "niente". Si credono due anime belle e sono solo due idioti. Chissà se, prima o poi, capiranno che la politica è compromesso, solidarietà, realismo. Forse ce la faranno a imparare che non si può stare al governo e fare la lotta; che il mondo è fatto di dubbi, di quei se e ma che loro rifiutano. Nel frattempo si meritano il "grande centro" o Berlusconi. A quante pare, loro ritengono che una di queste due ipotesi governative comporterebbe l'affrancamento dalla soggezione agli Usa. Che tristezza.




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18 febbraio 2007

Imparando dalla Base: INDIETRO I MIEI PRODI

commento di Lucilla   il 18/01/2007 11.54.25, 159.149.102.xxx

Io sono contraria alla base militare.
Prodi però ha, giustamente, dribblato la trappola del centro-destra che, con un tempismo perfetto, aveva costruito il frame "antiamericanismo". Insomma, una scelta strategica in termini di consenso con cui sono parzialmente d'accordo. Soprattutto perchè negare l'allargamento della base significava SMENTIRE una decisione del governo precedente e avrebbe potuto essere controproducente.


Il commento riportato qui sopra lo scrissi sul blog del mio amico Diego (http://diego198.ilcannocchiale.it/). E o
ggi, dopo un mese esatto, ne prendo nettamente le distanze.

Su uno striscione della manifestazione di Vicenza compariva proprio questa frase: “Solo gli imbecilli non cambiano mai idea”.
Ecco, io ammetto di essermi sbagliata (è bello farlo qualche volta!) e che ieri avrei tanto voluto esserci. Un corteo infinito, allegro e multicolore. Una giornata che parlava il linguaggio della pace. E che ci aiuta a ricordare che “libertà è partecipazione”.
Il tutto al termine di una settimana difficile, in cui è emerso il marciume delle nuove BR e in cui abbiamo assistito a svariati tentativi di strumentalizzare la manifestazione di Vicenza e il Movimento nel suo complesso. E’ importante che le risposte, allo smarrimento di queste giornate, giungano dal fiume umano che ha invaso ieri la città veneta per dissentire e rivendicare democrazia e cultura di pace.

Spero che Prodi e il resto del governo siano capaci di ascoltare e di comprendere (nel suo senso etimologico di “prendere con”) le ragioni di quello che è il “loro” popolo, dimostrando così coraggio vero. Quel coraggio che implica l’autocriticità e l’audacia di chi sa fare un passo indietro. Mica siamo imbecilli noi.

 




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16 febbraio 2007

Un altro utilizzo dell’energia è possibile

Per il terzo anno consecutivo la trasmissione di Radiodue Caterpillar lancia per il 16 febbraio 2007 "M’illumino di meno", la giornata nazionale del risparmio energetico, quest’anno diventata internazionale.
Un silenzio energetico per ricordare il compleanno l'entrata in vigore del Protocollo di Kyoto e per dimostrare come il risparmio sia una possibilità concreta e reale a cui attingere oggi stesso per superare i problemi energetici che ci assillano.
L’invito rivolto a tutti è quello di spegnere le luci e tutti i dispositivi elettrici non indispensabili oggi alle ore 18.
Moltissimi ristoranti organizzeranno cene a lume di candela, mentre le amministrazioni locali forniranno il colpo d’occhio più spettacolare all’iniziativa effettuando spegnimenti simbolici delle grandi piazze italiane e dei monumenti più importanti (negli anni scorsi ad esempio l’Arena di Verona, il Duomo di Milano, la Mole Antonelliana di Torino, Palazzo Vecchio a Firenze, le piazze di Catania, Bari, Bologna, Palermo e tante altre).
Quest’anno l’iniziativa è patrocinata dal Ministero dell’Ambiente e dal Ministero delle Politiche Agricole. Si spegnerà anche il Palazzo del Quirinale, grazie all'autorevole adesione del Presidente della Repubblica, immediatamente seguita da quella della Camera dei Deputati e del Senato della Repubblica.

 




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14 febbraio 2007

Dal Corriere della Sera di oggi




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10 febbraio 2007

Io DICO sì ma...

Premesso che io avrei preferito una proposta più ardita e più inclusiva, insomma più zapatera.
Sono però felice della proposta sui "Dico". Credo sia un ottimo INIZIO e la FINE di una discriminazione. Insomma una scelta di civiltà che rende migliore e un po' più giusto il nostro Paese. Un grazie alle due ministre e alla loro tenacia.
E' invece tanta la delusione per le reazioni fuori dal tempo di troppa parte del mondo politico e per le assurde interferenze ecclesiastiche.
Qualche nota a margine:

I sondaggi dimostrano che gli italiani si dichiarano a larga maggioranza favorevoli alla concessione di diritti alle coppie di fatto. Di solito la politica dovrebbe anticipare le richieste della società e guidarla sulla via del progresso. Fa pensare (o dovrebbe far pensare) che stavolta la politica sia rimasta indietro e che l'opinione pubblica risulti più matura. E' dunque una politica reazionaria, incapace di adeguarsi al cambiamento, alla storia mentre accade.

Le leggi dovrebbero andare incontro ai cittadini e alle cittadine, cercando di esaudire i loro legittimi desideri. Il diritto deve poi tutelare con particolare attenzione i soggetti deboli e le minoranze. La politica, insomma, è mirata a distribuire la felicità. E' triste che tale azione incontri così tanti ostacoli.

Il Papa ha il coraggio di chiedere alla politica di "rispettare il diritto naturale". E di cosa si tratta? "Naturale" è "tutto ciò che esiste in natura", è naturale una rosa quanto uno tsunami; un eterosessuale quanto un omosessuale. Chiunque neghi che è naturale tutto ciò che esiste in natura, deve anche spiegare chi ha il potere di stabilire cosa è naturale e cosa non lo è. Oppure che la Chiesa e i vari Marcello Pera la smettano di appellarsi a questa falsa e arbitraria "naturalezza". Famiglia e matrimonio non sono altro che mere definizioni, sono l'amore e il mutuo aiuto a creare il discrimine e a rendere un'unione degna di tutela giuridica. E' però tipico delle istituzioni che si basano su dogmi avere paura della libertà. Pensano che questa possa ledere loro in qualche modo. Il che denota la poca convinzione e fiducia in sè stessi. Questo è il principale motivo per cui queste stesse istituzioni cercano di imporre le proprie idee anche a chi non le condivide. Ed è così che la Chiesa ratzingeriana crea oppressione, cercando di far vivere altri secondo le proprie (e relativistiche) certezze. E' egoismo.

La società tutta dovrebbe ribellarsi e rendere la politica meno anacronistica, richiamando con forza il Concordato ogni volta che viene violato. Perchè noi possumus!

 

  




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8 febbraio 2007

Qualcosa di sinistra (e quindi di gay)

Durante un comizio a Monza, Silvio Berlusconi ha scherzato sul nome del candidato sindaco Marco Maria Mariani: «Non preoccuparti, i gay stanno tutti dall'altra parte, la tua è solo una parte femminile che mi piace». Nulla di nuovo. L’omofobia goliardica è uno dei must del berlusconismo. E dei suoi lacchè. Basti pensare che, qualche settimana fa, il calciatore Francesco Coco si ribellò alle voci su una sua presunta omosessualità e dichiarò: «In passato mi hanno dato del puttaniere e del cocainomane, ma gay proprio no».

Poi uno si guarda attorno e scopre che il Paese assomiglia davvero a Berlusconi e che le battutine sugli omosessuali sono all’ordine del giorno. Almeno però la conferenza episcopale italiana mica chiede che l'omosessualità sia reato, no? Ah, mi risulta invece che quella del Nicaragua chiede che l’omosessualità rimanga reato. Ma dai, e cosa ne dice la Chiesa di Roma? E Ruini? Come mai in questo caso non ci onora del suo autorevole (e non richiesto) parere?

Tanto noi, qualsiasi cosa dicano il Caimano e la Chiesa, rimaniamo dell’idea che, parafrasando Alessandra Mussolini, sia meglio froci che fascisti.

 




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4 febbraio 2007

Un'amaca pasoliniana

Caro piccolo sciacallo che, sopra un muro di Livorno, hai inneggiato alla morte dello "sbirro" Filippo Raciti: ma come fai a non sapere che lo sbirro sei tu? Raciti era un lavoratore di 38 anni, che per uno stipendio da operaio andava a farsi sputare addosso da quelli come te. Soldatacci, sbirraglia da curva, branco armato che per provare il brivido di essere qualcuno trasforma la miserabile identità di "tifoso" in valor militare. Tu sei lo sbirro, tu il repressore, tu il persecutore delle vite altrui, tu e tutte le cosche mafiose che, in tutti gli stadi italiani, presidiano il territorio della domenica (rubandolo agli altri) per dimenticare di essere uno zero tutti gli altri giorni. Credi di essere "di sinistra", magari "rivoluzionario", ma hai la tipica testa del maschio reazionario, piena delle parole retoriche e sceme della sedicente "cultura ultrà": onore, gloria, vittoria, cascami di un linguaggio di guerra che ormai fa ridere anche nelle caserme, dove i tuoi coetanei la pelle la rischiano davvero. Magari avrai vent'anni, ma sei un vecchio. Un vecchio violento e ipocrita, che per ammantare di qualche ideale la tua frustrazione, la tua prepotenza, te la passi da ribelle. Non sei un ribelle, sei un conformista. Un piccolo conformista dal cuore vuoto. Vuoto quanto basta per diventare sbirro.

Michele Serra




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31 gennaio 2007

In risposta a Piter, Redondo, ilMaLe, Rossoantico e Max

Può anche essere che io mi stia sbagliando e la lettera di Veronica è solo un’astuta mossa politica. Rileggendola, non posso però fare a meno di pensare che è proprio una bella lettera, uno scatto di orgoglio da parte di una donna ferita, che lotta per difendere la propria dignità. Ed è stata per me una boccata di aria fresca. Le battute sessiste di Berlusconi sono storia vecchia, ma sono anche emblema del cosiddetto “berlusconismo”, ovvero di quello svuotamento culturale che imperversa nel Paese. E’ nato dalle televisioni commerciali con tette e culi in saldo, si è allargato a macchia d’olio ed è giunto fino allo sdoganamento politico. E’ il trionfo dell’italiano medio(cre) che si compiace della sua cafoneria, se ne va in giro a fare lo spaccone: che si tratti di provarci con una bella donna o di vantarsi di aggirare il fisco.
Come donna, io ringrazio Veronica perché il suo gesto rivendica rispetto per sé, per i suoi figli e per tutte noi.

 

 




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31 gennaio 2007

Lettera a Repubblica di Veronica Lario

Egregio Direttore,

con difficoltà vinco la riservatezza che ha contraddistinto il mio modo di essere nel corso dei 27 anni trascorsi accanto ad un uomo pubblico, imprenditore prima e politico illustre poi, qual è mio marito. Ho ritenuto che il mio ruolo dovesse essere circoscritto prevalentemente alla dimensione privata, con lo scopo di portare serenità ed equilibrio nella mia famiglia. Ho affrontato gli inevitabili contrasti e i momenti più dolorosi che un lungo rapporto coniugale comporta con rispetto e discrezione. Ora scrivo per esprimere la mia reazione alle affermazioni svolte da mio marito nel corso della cena di gala che ha seguito la consegna dei Telegatti, dove, rivolgendosi ad alcune delle signore presenti, si è lasciato andare a considerazioni per me inaccettabili: " ... se non fossi già sposato la sposerei subito" "con te andrei ovunque".

Sono affermazioni che interpreto come lesive della mia dignità, affermazioni che per l´età, il ruolo politico e sociale, il contesto familiare (due figli da un primo matrimonio e tre figli dal secondo) della persona da cui provengono, non possono essere ridotte a scherzose esternazioni. A mio marito ed all´uomo pubblico chiedo quindi pubbliche scuse, non avendone ricevute privatamente, e con l´occasione chiedo anche se, come il personaggio di Catherine Dunne, debba considerarmi "La metà di niente". Nel corso del rapporto con mio marito ho scelto di non lasciare spazio al conflitto coniugale, anche quando i suoi comportamenti ne hanno creato i presupposti. Questo per vari motivi: per la serietà e la convinzione con la quale mi sono accostata a un progetto familiare stabile, per la consapevolezza che, in parallelo alla modifica di alcuni equilibri di coppia che il tempo produce, è cresciuta la dimensione pubblica di mio marito, circostanza che ritengo debba incidere sulle scelte individuali, anche con il ridimensionamento, ove necessario, dei desideri personali. Ho sempre considerato le conseguenze che le mie eventuali prese di posizione avrebbero potuto generare a carico di mio marito nella sua dimensione extra familiare e le ricadute che avrebbero potuto esserci sui miei figli.

Questa linea di condotta incontra un unico limite, la mia dignità di donna che deve costituire anche un esempio per i propri figli, diverso in ragione della loro età e del loro sesso. Oggi nei confronti delle mie figlie femmine, ormai adulte, l´esempio di donna capace di tutelare la propria dignità nei rapporti con gli uomini assume un´importanza particolarmente pregnante, almeno tanto quanto l´esempio di madre capace di amore materno che mi dicono rappresento per loro; la difesa della mia dignità di donna ritengo possa aiutare mio figlio maschio a non dimenticare mai di porre tra i suoi valori fondamentali il rispetto per le donne, così che egli possa instaurare con loro rapporti sempre sani ed equilibrati.

RingraziandoLa per avermi consentito attraverso questo spazio di esprimere il mio pensiero, La saluto cordialmente.




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27 gennaio 2007

Il Giorno della Memoria

"Tutti coloro che dimenticano il loro passato,
sono condannati a riviverlo"



Auschwitz: Campo di concentramento operativo tra il 1940 e il 1945 


Milano: Università Cattolica, 18 Gennaio 2007


Se questo è un uomo

Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case,
Voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per un pezzo di pane
Che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d'inverno.
Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi.

(Primo Levi, Se questo è un uomo, Einaudi, Torino 1979)




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17 gennaio 2007

L’erba del vicino

Io sono nata a Erba. E vivo a cinque minuti da questa cittadina brianzola. La cronaca è un genere che non mi ha mai interessata. Il fatto che stavolta la strage sia accaduta così vicino a casa, mi ha resa un po’ più informata. Abbastanza per esprimere qualche considerazione.

In primis, l’eccezionale capacità mediatica di creare dei personaggi. Tutti conosciamo ormai i protagonisti di questa vicenda, esprimiamo giudizi di ogni sorta su di loro. Quelli di Studio Aperto dissertano sul divano bianco della coppia omicida, ma anche ciascuno di noi parla di loro come se li conoscesse da una vita. Sembra che sia diventato normale assistere alla trasformazione dei parenti dei morti e degli assassini in stelle televisive. Entrano a far parte dell’immaginario collettivo alla stregua dei partecipanti ai reality. Tra l’altro, dimostrano una grande dimestichezza con il mezzo televisivo, sanno tenere la scena e non sembrano infastiditi dalla spettacolarizzazione dell’accaduto: per i telespettatori è un giallo intrigante, per loro è un dramma che ha appena distrutto le loro vite. Bruno Vespa non ha avuto il tempo di costruire il plastico, tutto il resto non si discosta molto da quanto accadde a Cogne. Mi chiedo cosa attiri queste persone davanti alle telecamere, quali ragioni le portino a ostentare il loro terribile lutto, anziché rifugiarsi in un dignitoso silenzio. Ora che il caso giudiziario è risolto, perché continuare a partecipare alle trasmissioni televisive, sottoponendosi alla morbosa curiosità di giornalisti e opinione pubblica? La loro tragedia esclude che si tratti di esibizionismo o fame di notorietà. Ma allora perché? Forse, la televisione ha trasformato il dolore da fatto privato a fatto pubblico. Oppure tutti noi siamo ormai parte di uno scenario mediatico da cui è impossibile fuggire, una specie di The Truman Show che coinvolge tutto e tutti. La televisione non si limita più a plasmare i nostri pensieri, è giunta a inglobare le nostre vite: che sia banale quotidianità o il più atroce dei dolori. Insomma, la televisione era nata per consentirci di “vedere lontano” e rappresentare la realtà, ora però quella realtà ha cominciato a produrla lei stessa. Enrico Mentana pare essere irrimediabilmente coinvolto in questo meccanismo e, lunedì sera, ha aperto Matrix dicendo ad Azouz “Ci sono persone che si sono addirittura scandalizzate per la sua presenza televisiva. Ma noi dobbiamo sapere”. E’ cominciata così una lunga intervista sui dettagli più inutili della storia d’amore fra Raffaella Castagna e il giovane tunisino. Su tutte le reti, c’è stato poi spazio per badilate di moralismo sul patriarca ultracattolico e il suo perdono istantaneo.

E, sullo sfondo, il razzismo imperante in questa ricca Brianza. Un razzismo che non si redime nemmeno dopo il buco nell’acqua delle accuse infondate all’indomani del pluriomicidio. Un razzismo privo di ogni pudore. Cittadini di Erba che, dopo i funerali, dichiarano “Ad Azouz, o come cazzo si chiama, non porto nessun rispetto come persona. Un drogato come può permettersi di chiedere giustizia?” oppure “Azouz deve pagare, tutto è successo perché Raffaella era sposata con lui. Io non sono razzista però...”. Ecco, loro non sono razzisti, però non riescono a fare a meno di accusare il diverso e di fingere che il male non sia arrivato da dentro, dal loro stesso cortile.

Dovete arrendervi, cari xenofobi che incontro tutti i giorni, non sono marocchini. Non sono albanesi. Sono proprio due padani.




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14 gennaio 2007

Una sentenza e un monumento

62 anni dopo la strage nazista di Marzabotto, si è concluso ieri il primo vero processo. Il tribunale militare della Spezia ha condannato all' ergastolo dieci dei 17 imputati (tutti contumaci) per la strage nazista di Marzabotto. Gli altri sette sono stati assolti per non aver commesso il fatto. L'efferata azione delle SS causò, in quell’occasione, la morte di 1.836 persone. Credo che si tratti di una sentenza importante, è importante avere finalmente affermato le responsabilità.

Ed è per me l’occasione per riflettere su un episodio che è bene non dimenticare. Processato nel 1947 per crimini di guerra, Albert Kesselring, comandante in capo delle forze armate di occupazione tedesche in Italia, fu condannato a morte. La condanna fu commutata nel carcere a vita. Ma già nel 1952, in considerazione delle sue "gravissime" condizioni di salute, egli fu messo in libertà. Tornato in patria, Kesselring sostenne di non essere affatto pentito di ciò che aveva fatto durante i 18 mesi nei quali tenne il comando in Italia ed anzi dichiarò che "gli italiani, per il bene che aveva loro fatto, avrebbero dovuto erigergli un monumento". In risposta a tali affermazioni, Piero Calamandrei scrisse questa celebre epigrafe che divenne una "lapide ad ignominia":

Lo avrai
camerata Kesselring
il monumento che pretendi da noi italiani
ma con che pietra si costruirà
a deciderlo tocca a noi.

Non coi sassi affumicati
dei borghi inermi straziati dal tuo sterminio
non colla terra dei cimiteri
dove i nostri compagni giovinetti
riposano in serenità
non colla neve inviolata delle montagne
che per due inverni ti sfidarono
non colla primavera di queste valli
che ti videro fuggire.

Ma soltanto col silenzio del torturati
più duro d'ogni macigno
soltanto con la roccia di questo patto
giurato fra uomini liberi
che volontari si adunarono
per dignità e non per odio
decisi a riscattare
la vergogna e il terrore del mondo.

Su queste strade se vorrai tornare
ai nostri posti ci ritroverai
morti e vivi collo stesso impegno
popolo serrato intorno al monumento
che si chiama
ora e sempre
RESISTENZA.

Piero Calamandrei




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11 gennaio 2007

11 Gennaio 1999 - 11 Gennaio 2007

"Io mi dico è stato meglio lasciarci che non esserci mai incontrati"
(da Giugno '73)
Fabrizio De André


Fiume Sand Creek

Si son presi il nostro cuore sotto una coperta scura
sotto una luna morta piccola dormivamo senza paura
fu un generale di vent'anni
occhi turchini e giacca uguale
fu un generale di vent'anni
figlio d'un temporale
c'è un dollaro d'argento sul fondo del Sand Creek
I nostri guerrieri troppo lontani sulla pista del bisonte
e quella musica distante diventò sempre più forte
chiusi gli occhi per tre volte
mi ritrovai ancora lì
chiesi a mio nonno è solo un sogno
mio nonno disse sì
a volte i pesci cantano sul fondo del Sand Creek
Sognai talmente forte che mi uscì il sangue dal naso
il lampo in un orecchio nell'altro il paradiso
le lacrime più piccole
le lacrime più grosse
quando l'albero della neve
fiorì di stelle rosse
ora i bambini dormono nel letto del Sand Creek
Quando il sole alzò la testa tra le spalle della notte
c'erano solo cani e fumo e tende capovolte
tirai una freccia in cielo
per farlo respirare
tirai una freccia al vento
per farlo sanguinare
la terza freccia cercala sul fondo del Sand Creek
Si son presi il nostro cuore sotto una coperta scura
sotto una luna morta piccola dormivamo senza paura
fu un generale di vent'anni
occhi turchini e giacca uguale
fu un generale di vent'anni
figlio d'un temporale
ora i bambini dormono sul fondo del Sand Creek




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8 gennaio 2007

De gustibus non est disputandum

 

Questa sera ad “Iceberg”, trasmissione in onda ogni lunedì su una televisione locale, hanno lanciato un sondaggio sullo stile di governo. Ecco i risultati:

"Vi piace di più la giacca a vento di Romano Prodi o la bandana di Silvio Berlusconi?"

21% la giacca a vento di Romano Prodi

79% la bandana di Silvio Berlusconi


Credo che quasi tutti abbiano visto Romano Prodi in tenuta da sci. Indossava un berretto di lana e un piumino chiaro. Senza dubbio, nulla di fashion. Si trattava invece di un abbigliamento trasandato e che risultava un po’ comico. Il premier ci è apparso come “uno qualunque”, annullando la distanza con il palazzo. Insomma, un’immagine simpatica.

Il 79% dei telespettatori di Iceberg gli preferisce la bandana di Berlusconi. Un copricapo che aveva il solo scopo di stendersi (come un velo pietoso) sui suoi capelli in ricrescita.
Maria Novella Oppo ha espresso perfettamente il concetto: la differenza tra la giacca di Prodi e la bandana di Berlusconi “è la differenza che passa tra essere buffi ed essere buffoni”.
Peccato che l’opinione pubblica lombarda continui a preferire il buffone.

    

«Quando parto per la montagna, prendo quello che trovo nell´armadio e lo metto in valigia. Ho però capito che in tutto questo c´è qualcosa che non va perché, proprio ieri mattina, mio figlio che era dietro di me in coda per la seggiovia ha sentito una signora che diceva ad una amica: "Prodi veste proprio come un comunista!". Non riuscivo a capire le ragioni per cui un piumino chiaro fosse simbolo di comunismo».
(Romano Prodi, lettera a La Stampa, 4 gennaio)




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4 gennaio 2007

Ma tu ce l'hai un’idea?

Un governo che mira alla crescita deve necessariamente aprirsi ai giovani, ascoltarli e offrire loro un’opportunità. Solo chi è capace di valorizzare le nuove generazioni, potrà infatti correre come una scheggia nel mondo e rendersi protagonista della modernità. Altrimenti, siamo davvero un Paese “impazzito” (cit. Prodi, 2006), incapace di fare i conti con egoismi e corporazioni, privo di spazi per meriti e talenti. Aprire un varco ai giovani è essenziale per aprire una nuova stagione di speranza. Il 2007 inizia con un progetto di inclusione vero, un primo tentativo per dinamizzare la nostra società.

Mi riferisco alla gara di progetti "Giovani idee cambiano l'Italia". Si tratta di un concorso promosso e coordinato dalla Presidenza del Consiglio dei ministri - Dipartimento per le Politiche giovanili e le attività sportive, per promuovere la creatività giovanile. L'iniziativa va di pari passo con la creazione, alla fine del 2006, dell'Agenzia nazionale per i giovani, in attuazione delle decisioni comunitarie. Va detto pure che la Finanziaria 2007 contiene i "Provvedimenti in materia di politiche giovanili" con una parte proprio su "I giovani e la creatività".
Il bando si rivolge ai cittadini italiani fra i 18 e i 35 anni, che possono partecipare organizzandosi in gruppi di un minimo di quattro persone. Ci si muove all'interno di aree tematiche specifiche (innovazione tecnologica, sviluppo sostenibile, gestione di servizi urbani e territoriali per la qualità della vita dei giovani e utilità sociale e impegno civile). Ai vincitori, verranno assegnati contributi fino a un massimo di 35 mila euro. La domanda va inviata entro il 15 marzo.

Insomma, facciamoci venire un’idea. “...un’idea anche elementare dai, un’idea originale, non di quelle che trovi sul giornale o te le dà il partito, non perché la ascolti da uno in televisione, non perché la senti in una canzone, un'idea tua pensata da te, artigianale come non si fa più. Dai che ce l'hai, sei uno che pensa anche al cesso. Tirala fuori adesso, è il momento: non le ha nessuno, fan tutti finta, son disperati, tiran fuori bauli usati con le idee degli anni venti e dicon che son nuove e intelligenti...” ("Ce l'hai un’idea?" di Stefano Benni, da "Ballate").




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30 dicembre 2006

Nebbia che confonde dignità coraggiosa e dignità immeritata

Io adoro la nebbia, una volta sentii qualcuno dire che “la nebbia è poesia diffusa”. La nebbia avvolge tutto in questa giornata di mezzo inverno. Mi piace guardare le cose che appaiono, emergendo dalla foschia, per poi sfumare di nuovo alle tue spalle, lasciandoti incerto sulla loro reale esistenza.

E pare che la nebbia inghiotta e confonda anche i contorni delle notizie che mi giungono in questi giorni. Ho iniziato a non scrivere nulla sul blog perché volevo solidarizzare con lo sciopero dei giornalisti. Poi il Natale. E, soprattutto, la rabbia per quanto accaduto con la negazione dei funerali religiosi a Welby. L’ipocrisia di una Chiesa che accompagna al cimitero un dittatore e, la settimana dopo, ha l’arroganza di dire ”tu non hai saputo soffrire come si deve” rivolgendosi a un uomo, a un morto, reduce da una sofferenza infinita. Piergiorgio Welby è una persona coraggiosa, a cui dobbiamo dire grazie perché ha politicizzato il proprio corpo in nome di una battaglia civile di dignità.

L´ex dittatore iracheno Saddam Hussein è stato giustiziato questa mattina all’alba. La sua morte è stata anch’essa dignitosa, una dignità che è però un bonus politico immeritato. Conseguenza dell’ennesima scelta idiota dell’amministrazione Bush. Questa volta si è deciso di regalare un martire a dei fanatici. Le prospettive future fanno paura. Per ora, nella nebbia, mi limito a riflettere sull’ inaccettabilità della pena di morte, sempre e comunque. Ed è significativo che per avvalorare tale tesi mi basti citare parole che risalgono al 1764. “Parmi un assurdo che le leggi, che sono l'espressione della pubblica volontà,che detestano e puniscono l'omicidio, ne commettano uno esse medesime, e, per allontanare i cittadini dall'assassinio, ordinino un pubblico assassinio.“ (da "Dei delitti e delle pene" di Cesare Beccaria). Con l’aggravante che sono passati secoli e che oggi la pena capitale sia parte di un’operazione che mira all’esportazione di democrazia. Se queste sono le basi su cui la si costruisce...




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